Freedom.

12.11.24

L'Evoluzione dell'Intelligenza Artificiale: Dalla sconfitta di Kasparov a un futuro sempre più intelligente

L'intelligenza artificiale (IA) ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni, evolvendo da un concetto teorico a una realtà capace di influenzare profondamente la nostra vita quotidiana. Seppur oggi siamo testimoni di macchine in grado di compiere operazioni straordinarie, non sempre è stato così. La storia recente dell'IA è costellata di trionfi, ma anche di dubbi e sfide. 

Un episodio particolarmente significativo che segna un punto di svolta nel nostro rapporto con le macchine è la celebre sfida tra Garry Kasparov, il campione mondiale di scacchi, e Deep Blue, il supercomputer sviluppato da IBM. Quel momento ha rappresentato un punto di rottura, ma anche una lezione importante sulla crescita e le possibilità future dell'intelligenza artificiale.

La Sfida Storica: Kasparov contro Deep Blue

Era il 1997 quando il mondo assisteva a un evento che avrebbe segnato un'epoca. Garry Kasparov, considerato uno dei più grandi giocatori di scacchi di tutti i tempi, affrontò Deep Blue, un supercomputer progettato specificamente per giocare a scacchi. La macchina di IBM, dotata di capacità di calcolo straordinarie per l'epoca, riuscì a battere Kasparov in una partita storica, concludendo il match con una vittoria per 3-2.

Molti si ricordano la reazione di Kasparov, che rimase sconvolto dalla sconfitta, ma anche dalla sorprendente capacità del computer di prendere decisioni strategiche avanzate. In seguito alla sconfitta, il campione russo dichiarò che non avrebbe mai pensato che i computer potessero arrivare a superare l'intelligenza umana. Era convinto che, nonostante i progressi tecnologici, l'intelligenza artificiale non sarebbe mai riuscita a replicare le complessità della mente umana, soprattutto in campi dove intuizione, esperienza e creatività erano essenziali.

Quella dichiarazione di Kasparov, che affermava che i computer non avrebbero mai superato l'uomo, rispecchiava una visione comune dell'epoca: l'intelligenza umana era ritenuta unica e insostituibile. Tuttavia, nel corso degli anni, le cose sono cambiate. Quella che era vista come una "linea rossa" per l'IA, un limite invalicabile, è stata progressivamente superata.

L'Intelligenza Artificiale di Oggi

Da quella storica sfida, l'intelligenza artificiale ha fatto enormi progressi. Negli anni successivi, i ricercatori hanno sviluppato sistemi sempre più sofisticati in grado di eseguire compiti che un tempo sembravano esclusivamente umani. Le tecnologie di apprendimento automatico (machine learning) e apprendimento profondo (deep learning) hanno rivoluzionato il panorama, permettendo ai computer di apprendere e migliorare autonomamente attraverso l'analisi di grandi quantità di dati.

Nel campo degli scacchi, ad esempio, non solo Deep Blue è stato superato, ma oggi esistono programmi come Stockfish e AlphaZero che non solo battono i campioni umani, ma lo fanno con una rapidità e precisione che superano le capacità di calcolo umane. AlphaZero, sviluppato da DeepMind di Google, è riuscito a insegnarsi autonomamente a giocare a scacchi in poche ore, dimostrando un livello di versatilità e adattamento che non sarebbe stato immaginabile solo un decennio fa. 

Tuttavia, l'IA non si è limitata a dominare i giochi da tavolo. Le sue applicazioni si sono estese a settori come la medicina, l'automotive, la finanza, la produzione industriale, la gestione delle risorse energetiche e persino la creazione artistica. Algoritmi intelligenti sono in grado di diagnosticare malattie con maggiore accuratezza dei medici umani, ottimizzare catene di approvvigionamento, e persino comporre musica o creare opere d'arte, spesso in modo indistinguibile dai lavori realizzati dagli esseri umani.

Le Sfide e le Preoccupazioni per il Futuro

Nonostante i progressi straordinari, l'intelligenza artificiale continua a suscitare interrogativi. A un livello pratico, ci si preoccupa degli impatti sull'occupazione e sulla privacy: molte professioni tradizionali potrebbero essere sostituite da macchine, con effetti sociali ed economici di vasta portata. A livello etico, c'è il timore che i sistemi di IA possano essere utilizzati per scopi distorti, come la sorveglianza invasiva o la manipolazione delle informazioni.

Alcuni esperti temono anche che, sebbene oggi le IA siano ancora sotto il controllo umano, in futuro potremmo trovarci di fronte a sistemi così complessi da risultare impenetrabili e difficili da governare. La crescente autonomia dei sistemi intelligenti, infatti, solleva interrogativi sull'affidabilità e sulla responsabilità, specialmente in ambiti come l'intelligenza militare o le decisioni autonome nelle autovetture.

Tuttavia, molti vedono in queste sfide un'opportunità di sviluppo e regolamentazione. Esistono infatti iniziative per garantire che l'IA venga sviluppata e utilizzata in modo etico, responsabile e trasparente. La discussione sul futuro dell'IA è aperta e coinvolge governi, aziende, ricercatori e cittadini, tutti chiamati a contribuire alla creazione di un ecosistema in cui l'intelligenza artificiale possa coesistere con l'umanità, potenziandola piuttosto che minacciarla.

Conclusioni: L'Uomo e la Macchina

Guardando al futuro, la previsione di Kasparov sembra ormai obsoleta. Sebbene l'intelligenza artificiale non abbia ancora raggiunto la complessità e la profondità dell'intelligenza umana in tutti i suoi aspetti (come la coscienza, l'emotività e la creatività in senso stretto), i progressi compiuti sono innegabili. Le macchine non solo sono riuscite a superare gli esseri umani in compiti altamente specializzati, come il gioco degli scacchi, ma hanno anche dimostrato di essere in grado di risolvere problemi complessi e di adattarsi in modo dinamico a nuove situazioni.

L'intelligenza artificiale non rappresenta quindi una sfida alla supremazia dell'uomo, ma piuttosto una risorsa potente che, se utilizzata correttamente, può amplificare le nostre capacità cognitive, ottimizzare processi e migliorare la qualità della vita. Se in futuro le macchine dovessero raggiungere capacità decisionali autonome ancora più avanzate, spetterà a noi determinare come integrarle in modo etico e produttivo all'interno della società.

L'intelligenza artificiale non è tanto una battaglia da vincere contro le macchine, quanto un'opportunità da sfruttare insieme a esse, per un futuro in cui la collaborazione tra uomo e tecnologia possa portare a nuovi traguardi.

24.5.18

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce

Però, viviamo in una bella epoca.
Dopo secoli di evoluzione culturale e intellettuale, oggi non conta più essere ma solo apparire. 
Sempre più donne ricorrono alla chirurgia estetica per avvicinarsi il più possibile al canone di bellezza che i media ci hanno inculcato negli ultimi decenni (canone che artificialmente è diventato il nostro) finendo per rovinare il loro fascino naturale e sembrare solo dei gommoni deformi.
Sempre più uomini e donne utilizzano i social network per mettersi in mostra, esibendosi di fronte a tutti in posizioni provocanti e al contempo oscene, abbinando le proprie foto a vuote citazioni filosofiche che nulla hanno a che fare con le suddette, per dimostrare di avere il cervello che sognano.
Oggi non c'è più neanche il gusto di scoprire perché è già tutto scoperto.
Si seleziona la persona da contattare come se fosse un prodotto, prodotto che ci appare per come si mostra ma come sicuramente non è.
Si usano gli hashtag (almeno da quello che ho capito) per essere più visibili, per potersi mettere in contatto con persone con cui altrimenti probabilmente mai avremmo a che fare, attraverso quelle #parole #percuilagente #scriveduecazzate #normalmente #etuttoilresto #così.
Si fa tutto questo per accumulare like, piccoli bit di informazioni che non servono a nient'altro che a pompare il proprio ego, che ci fanno pensare che ci siano tante persone interessate a noi lì fuori e che tristemente ci fanno credere che chiunque sia perfettamente sostituibile con qualcun altro.
Si fa tutto questo per sentirsi meno soli mentre ciò che abbiamo intorno diventa una foto sfocata.
Ci sarà un qualche motivo se sempre più persone soffrono di depressione e assumono psicofarmaci, se sempre più persone arrivano persino al suicidio.
Dopo secoli di lotte sociali, oggi ci si incazza più per delle partite nelle quali i giocatori, per inseguire un pallone, vengono pagati milioni di euro mentre 8 mila bambini ogni giorno muoiono di fame.
Ci si arrabbia per delle partite di calcio mentre ci è stato tolto ogni diritto e siamo solo rimasti a guardare (le partite, ovviamente).
Dopo secoli di evoluzione letteraria, oggi i poeti non vengono più nemmeno considerati.
Dopo secoli di evoluzione artistica, oggi per fare successo basta mettere delle feci in un vasetto o accendere e spegnere una luce in una stanza vuota.
Dopo secoli di evoluzione musicale, quella che viene prodotta oggi e ascoltata in massa dai giovani non può neanche definirsi musica, per non parlare dei testi che, in linea di massima, hanno smesso da tempo di avere un senso e di insegnare qualcosa che possa essere utile per vivere al meglio la nostra vita.
Dopo secoli di evoluzione scientifica, oggi decine di migliaia di persone credono che la terra sia piatta.
Insomma, il vuoto regna sovrano in ogni campo.
Il comportamento di un singolo individuo non segue uno schema preciso, ma per la legge dei grandi numeri il comportamento della massa è statisticamente prevedibile e osservando la massa umana in questo periodo storico non si prospetta proprio un bel quadro per il futuro.
In generale "evoluzione" rimane un termine appropriato poiché sottintende semplicemente il cambiamento di un determinato sistema da uno stato ad un altro, senza specificare se il successivo sia, secondo qualche criterio, migliore o peggiore del precedente.
Parlando della società umana, nel corso della nostra intera storia, abbiamo attraversato innumerevoli momenti di crisi profonde attraverso le quali ci siamo "evoluti" in società in qualche modo migliori rispetto alle precedenti.
Quella che stiamo vivendo senza accorgercene, a mio parere, è una di quelle crisi.
Non vedo possibili vie d'uscita ma ho comunque fiducia nella capacità di rialzarsi del genere umano.
Forse ce la faremo ancora una volta. 
Forse no.
Poco importa, in fin dei conti, è proprio una bella epoca!

9.12.14

Come i pesci rossi

Dovremmo ricordare come si fa a stupirsi.
Nulla è scontato. Nulla.
Dovremmo ricordare come si fa a stupirsi:
di riuscire a leggere, di far finta di capire,
del continuo fluire dei nostri pensieri,
di poter dirigere il movimento di un nostro arto
a nostro piacimento.
Dovremmo ricordare come si fa a stupirsi:
della luce di interi universi negli occhi di una persona amata,
dei colori del cielo al mattino,
delle stelle che sembrano così lontane
e che invece, senza accorgercene, siamo noi.
Del buio in cui brancoliamo.
Dovremmo ricordare come si fa a stupirsi:
della perfezione geometrica
del moto degli astri,
del calore del sole sulla pelle,
del respiro della natura.
Dovremmo ricordare come si fa a stupirsi:
di quanto splenda il sorriso di chi ci sta a cuore,
di come riflette dentro di noi
il nostro sorriso.
Dovremmo ricordare come si fa a stupirsi
del pianto di chi, accanto a noi, come noi,
ha sofferto.
Dovremmo ricordare come si fa a stupirsi: 
di Tutto.
Della consapevolezza della fine.
Del gioco che è la vita.

Dovremmo ricordare gli occhi di quando eravamo bambini,
quando tutto esisteva
un momento e per sempre
per la prima volta.

Perché così è ancora.

Nulla è scontato.
Nulla.

Joe


Moto Naturale

Non capisco 
perché
le donne desiderino 
sempre
salvarmi 
da un abisso in cui 
voglio 
perpetuare
ad esercitare
il mio moto naturale:
cadere.
Joe

Fiesta - Jacques Prévert

E i bicchieri erano vuoti
e la bottiglia in pezzi 
E il letto spalancato 
e la porta sprangata 
E tutte le stelle di vetro 
della bellezza e della gioia 
risplendevano nella polvere 
della camera spazzata male 
Ed io ubriaco morto 
ero un fuoco di gioia 
e tu ubriaca viva 
nuda nelle mie braccia
     Et le verres étaient vides 
     et la bouteille brisée 
     Et le lit était grand ouvert 
     et la porte fermée 
     Et toutes les étoiles de verre 
     du bonheur et de la beauté 
     resplendissaient dand la poussière 
     de la chambre mal balayée 
     Et j’étais ivre mort 
     et j’étais feu de joie 
     et toi ivre vivante toute 
     nue dans mes bras

5.11.14

Dio

Non attender che Dio su te discenda
e che ti dica: sono.
Senso alcuno non ha quel Dio che afferma
l'onnipotenza sua.
Sentilo tu, nel soffio ond'ei ti ha colmo
da che respiri e sei.
Quando, non sai perché, ti avvampa il cuore,
è lui che in te si esprime.

- Rainer Maria Rilke
da PensieriParole

24.4.13

Chi è VERAMENTE Enrico Letta?


Membro del comitato esecutivo e Vice Presidente dell'Aspen Institute Italia (insieme allo zio GIANNI LETTA, a GIULIO TREMONTI, a LUCIA ANNUNZIATA, a FEDELE CONFALONIERI, e udite udite... ROMANO PRODI, MARIO MONTI e GIULIANO AMATO), partecipante alle riunioni segrete del Club Bilderberg e membro della Trilateral Commission.
Chiamatelo "COMPLOTTISMO", chiamatelo come vi pare, ma la realtà è solo una: il nostro prossimo Presidente del Consiglio sarà la STESSA MERDA di quelli precedenti!
Poi, chiamatela "COINCIDENZA" se Napolitano va a pescarli sempre nello stesso posto, ovvero in una ORGANIZZAZIONE PRIVATA CHE HA LO SCOPO DI FORMARE LEADER.
A voi che state leggendo chiedo un solo favore: se non lo avete già fatto, cominciate ad aprire gli occhi su queste cose!

Per approfondire:
- Membri della Trilateral Commission: http://www.trilateral.org/download/file/TC_list_11-12_(2).pdf
- Partecipanti alle riunioni del Club Bilderberg (2012): http://www.bilderbergmeetings.org/participants2012.html

28.12.12

Eman - Il Mio Vizio

Mi sveglio in piena notte spesso perché manca lei,
la sento entrare, sto con gli occhi chiusi.

Le dico che il mio vizio è il vetro che si appanna e lei
dice: Il mio sei tu che di me abusi.
Cammina a piedi scalzi, non mi disturba i sogni,
nei miei giochi ti scotti, io voglio che mi bruci.
Mi dice: Siamo salvi finché restiamo illusi,
tu vivi di incertezze, io voglio che mi usi.
Viviamo insieme un sospiro che non basta né a lei né a me,
se è troppo freddo l'inverno con le cosce lei scalda me.

Riesce a mostrarmi il suo peggio e mi chiede: Dimmi, il tuo dov'è?
Ma il mio peggio è lei e lei è il meglio di me.

Dice, dovrebbe andar via, ma lei ritorna da me.
Dice: "Non sono solo tua", quando mi tiene dentro sé.
Mi dicono che grida quando è chiusa in soffitta,
le dico: "Fa più piano!" ma non sa stare zitta.

Lei parte piano e tocca, e la mano che suda,
s'infila dentro e la testa mi scoppia.
Come una stanza buia, la cassa che si spacca,
lei viene e dice che la testa le scoppia.
Giro di serratura, il disco che s'incanta,
se tieni il colpo poi la testa ti scoppia.
Lei parte piano e tocca, e la mano che suda,
s'infila dentro e la testa mi scoppia.

Sei quello che volevo, sei quello che cercavo.
Sei quello che volevo e quello che cercavo
e quello che volevo, sei quello che cercavo
e quello che volevo, sei quello che cercavo.

Riesce a disegnare parole che per me hanno un senso
e a scacciare i demoni che ospito se lei non c'è,
anche nei giorni in cui mi sento perso
riesce a salvarmi e non so perché.
Chiudiamo gli occhi in un bacio che è solo per lei e per me.
Se è troppo caldo l'estate è lei la pioggia su di me.
Se sento piano un respiro è lei che dorme accanto a me.
Non so far a meno di lei e lei fa a meno di me.


Dice, dovrebbe andar via, ma lei ritorna da me.
Dice: "Non sono solo tua", quando mi tiene dentro sé.
Mi dicono che grida quando è chiusa in soffitta,
non sanno che ci prova ma non sa stare zitta.


Lei parte piano e tocca, e la mano che suda,
s'infila dentro e la testa mi scoppia.
Come una stanza buia, la cassa che si spacca,
lei viene e dice che la testa le scoppia.
Giro di serratura, il disco che s'incanta,
se tieni il colpo poi la testa ti scoppia.

Lei parte piano e tocca, e la mano che suda,
s'infila dentro e la testa mi scoppia.
Come una stanza buia, la cassa che si spacca,
lei viene e dice che la testa le scoppia.
Giro di serratura, il disco che s'incanta,
se tieni il colpo poi la testa ti scoppia.

Lei parte piano e tocca, e la mano che suda,
s'infila dentro e la testa mi scoppia.


Lei parte piano e tocca, e la mano che suda,
s'infila dentro e la testa mi scoppia.

5.11.12

Scarlett Carson

"So che non posso in nessun modo convincerti che questo non è uno dei loro trucchi, ma non mi interessa. Io sono io.
Mi chiamo Valerie. Non credo che vivrò ancora a lungo e volevo raccontare a qualcuno la mia vita. Questa è l'unica autobiografia che scriverò e… Dio… mi tocca scriverla sulla carta igienica.
Sono nata a Nottingham nel 1985. Non ricordo molto dei miei primi anni, ma ricordo la pioggia.
Mia nonna aveva una fattoria a Totalbrook e mi diceva sempre che "Dio è nella pioggia".
Superai l'esame di terza media ed entrai al liceo femminile. Fu a scuola che incontrai la mia prima ragazza: si chiamava Sara. Furono i suoi polsi… erano bellissimi. Pensavo che ci saremmo amate per sempre. Ricordo che il nostro insegnante ci disse che era una fase adolescenziale, che sarebbe passata crescendo. Per Sara fu così, per me no.
Nel 2002 mi innamorai di Christina. Quell'anno confessai la verità ai miei genitori. Non avrei potuto farlo senza Chris che mi teneva la mano. Mio padre ascoltava ma non mi guardava. Mi disse di andarmene e di non tornare mai più. Mia madre non disse niente, ma io avevo detto solo la verità, ero stata così egoista? Noi svendiamo la nostra onestà molto facilmente, ma in realtà è l'unica cosa che abbiamo, è il nostro ultimo piccolo spazio… All'interno di quel centimetro siamo liberi.
Avevo sempre saputo cosa fare nella vita, e nel 2015 recitai nel mio primo film: "Le pianure di sale". Fu il ruolo più importante della mia vita, non per la mia carriera ma perché fu lì che incontrai Ruth. La prima volta che ci baciammo, capii che non avrei mai più voluto baciare altre labbra al di fuori delle sue.
Andammo a vivere insieme in un appartamentino a Londra. Lei coltivava le Scarlett Carson per me nel vaso sulla finestra e la nostra casa profumava sempre di rose. Furono gli anni più belli della mia vita.
Ma la guerra in America divorò quasi tutto e alla fine arrivò a Londra.
A quel punto non ci furono più rose… per nessuno.
Ricordo come cominciò a cambiare il significato delle parole. Parole poco comuni come "fiancheggiatore" e "risanamento" divennero spaventose, mentre cose come "Fuoco Norreno" e "Gli articoli della fedeltà" divennero potenti. Ricordo come "diverso" diventò "pericoloso". Ancora non capisco perché ci odiano così tanto.
Presero Ruth mentre faceva la spesa. Non ho mai pianto tanto in vita mia. Non passò molto tempo prima che venissero a prendere anche me.
Sembra strano che la mia vita debba finire in un posto così orribile, ma per tre anni ho avuto le rose e non ho chiesto scusa a nessuno.
Morirò qui… tutto di me finirà… tutto… tranne quell'ultimo centimetro… un centimetro… è piccolo, ed è fragile, ma è l'unica cosa al mondo che valga la pena di avere.
Non dobbiamo mai perderlo, o svenderlo, non dobbiamo permettere che ce lo rubino… Spero che chiunque tu sia, almeno tu, possa fuggire da questo posto; spero che il mondo cambi e le cose vadano meglio ma quello che spero più di ogni altra cosa è che tu capisca cosa intendo quando dico che anche se non ti conosco, anche se non ti conoscerò mai, anche se non riderò, e non piangerò con te, e non ti bacerò, mai… io ti amo, dal più profondo del cuore… Io ti amo."
– Valerie

21.10.12

Sonetti a Orfeo II – 29

Tacito amico delle lontananze,
senti? gli spazi accresci col respiro.
Nel buio ceppo campanario làsciati
risuonare. Quel che ti consuma

diventerà una forza, con tal cibo.
Va’ fuori e dentro nella metamorfosi.
Quale esperienza ti fa più soffrire?
T’è amaro il bere? E tu vino diventa.

Sii, in questa notte d’eccesso, magia,
nell’incrocicchio dei tuoi sensi il senso
del loro incontro arcano.

E se all’oblio il mondo t’abbandona,
all’immobile terra di’: Io scorro,
e all’acqua fuggevole: Io sono.
- Rainer Maria Rilke

26.8.12

PDN

Dai bassi,
agli alti,
agli abissi,
al sole.

E poi da capo.

Vola e poi precipita.

E poi da capo.

16.8.12

13

Quasi ogni mattina faccio colazione nello stesso locale e questa mattina un uomo stava decorando le finestre con disegni natalizi. Un pupazzo di neve. Fiocchi di neve. Campane. Babbo Natale. Se ne stava sul marciapiede, dipingendo nel freddo gelido, col fiato fumante, alternando pennellate e rullate di differenti colori. Nel locale, i clienti e i camerieri lo osservavano stendere vernice rossa, bianca e blu al di fuori delle grandi finestre. Dietro di lui la pioggia intanto era diventata neve, spinta di traverso dal vento. I capelli del pittore erano di tutte le sfumature di grigio e la sua faccia pigra e rugosa come il culo vuoto dei suoi jeans. Tra un colore e un altro, si fermava a bere qualcosa da un bicchiere di carta. Qualcuno, guardandolo dall’interno, disse – tra un uovo e un toast – che era triste. Probabilmente, disse questo cliente, l’uomo era un artista fallito. Probabilmente c’era del whisky dentro il bicchiere. Probabilmente aveva lo studio pieno di dipinti mal riusciti e ora per vivere faceva decorazioni per ristoranti da quattro soldi e vetrine di alimentari. Davvero triste, triste, triste. Questo pittore continuava a mettere i colori. Prima tutto il bianco “neve”. Poi qualche passata di rosso e verde. Poi qualche linea che dava forma ai colori in calze natalizie e alberi. Un cameriere che girava fra i tavoli versando caffè alle persone, disse: “È così preciso. Vorrei saperlo fare anch’io…”. E per quanto potessimo provare invidia o compassione per quel tizio nel freddo, lui continuava a dipingere. Aggiungendo dettagli e strati di colore. E non so quando accadde, ma a un certo punto lui non c’era più. Le immagini stesse erano così ricche, riempivano la vetrina così bene, i colori erano così vividi, che il pittore se ne andò. Che fosse un fallito o un eroe. Sparì, andato chissà dove e tutto ciò che vedevamo era il suo lavoro.


C.P.

15.8.12

Un punto fisso

Arriva sempre un momento nella vita in cui rivaluti tutto quanto.
L' attimo in cui ti trovi, per caso o per scelta, fuori dal cerchio che ti sei disegnato attorno ai piedi.
Lì cambia la tua prospettiva. Il tuo modo di pensare.
E' lì che cambi tu.
E ti accorgi che non c' è un punto fisso nell' universo a cui aggrapparti,
se quel punto non sei tu stesso.
Joe

19.7.12

Buon Compleanno!

Ero debole, sì,
ma il mio cuore era troppo grande
per essere contenuto in un corpo solo.

18.7.12

Forza!

Non sai mai quanto sei forte,
finché essere forte non è l' unica scelta che hai.

14.7.12

Distanti

"Ora,
tu sei il sole,
ed io la luna.
Distanti.
Ci incontreremo di nuovo,
un giorno,
per pochi secondi,
durante un' eclissi.
Ma allora sarò io a risplendere
così 
tanto
che
ti sarà impossibile riconoscermi."

28.1.12

Chapter 3. - di Giuseppe Joe Caminiti

3.





«Passami un' altra birra!», dice Fred.
Io la prendo dalla buca e gliela passo. Lui la stappa con i denti. Fa un sorso guardando l' infinito, poi si volta e mi fa: «Certo che è sempre bello, Matt...», fa un rutto e continua, «Dicevo, è sempre bello poter condividere il silenzio con qualcuno».
«Ma non dire stronzate, Fred!», dico. Finisco la mia bottiglia di birra, la poggio a terra e gli dico: «Sono due ore che parli in continuazione. E non riesci a stare cinque minuti senza ruttare. Ti sarai scolato almeno nove birre.».
Lui, portandosi la bottiglia di fronte agli occhi ed osservando l' etichetta, dice: «Solo nove?», poi la poggia sulla sabbia e mi fa: «E comunque di certo non sono due ore che dico stronzate. Io ti sto parlando di argomenti importanti, Matt. Non riesci a capire un cazzo, questa è la verità! Io ti sto parlando del significato della vita, dell' incrocio delle esistenze, di come tutti insieme potremmo...».
Ed io in coro: «Di come tutti insieme potremmo cambiare il mondo. Certo.», e prendo un' altra birra dalla buca.
Intorno a noi c' è silenzio. E' notte. C' è solo la musica delle onde del mare che si infrangono sulla spiaggia, vicino a noi. Un' armonia sacra, ultramillenaria.
E vicino a me c' è Fred. Fa un sorso di birra. Ha dei capelli castani lunghi e mossi che gli scendono fino alle spalle. E' magro, con un leggero rigonfiamento sull' addome. Non sono muscoli, è per la birra. Porta un cappello da cowboy, una giacca di pelle d' agnello marrone foderata al 100% in poliestere, una maglia bianca in cotone, un comune paio di bluejeans e degli stivali a punta marroni.
«Non prendermi per il culo Matt.», dice, «Sto parlando seriamente.».
Io e Fred abbiamo scavato una buca poco distante dal mare per mettere le bibite al fresco, appena siamo arrivati.  
Ce ne stiamo seduti nella notte ad osservare il mare che si fonde con il cielo, mentre chiacchieriamo.
La luna sembra una calamita da frigo attaccata all' esosfera e la volta celeste è interamente ricoperta di puntini bianchi, qualcuno più luminoso di un' altro, sembra finta.
L' intero paesaggio sembra lo sfondo di un cartellone pubblicitario.
Oggi è il compleanno di Fred, ma lui non è di certo il tipo che li festeggia. Non è di certo il tipo che fa sapere agli altri in che giorno è nato. Non è di certo il tipo che rende i suoi dati anagrafici accessibili a tutti iscrivendosi ad un Social Network.
Io e lui ci ritroviamo semplicemente in questa spiaggia, ogni anno, a scolarci un paio di casse di birra e perderci nella filosofia.
Ci piace illuderci di essere finalmente in un punto della vita in cui ci si sente vicini a qualcosa. Sempre più vicini. Vicini a che, però, lo ignoro.
«Scusami amico.», gli dico, «Ti ascolto. Sono tutto orecchie.».
Faccio un altro sorso di birra e lo guardo.
«Per esempio», dice Fred, «secondo te», fa un rutto e continua, «il fatto che io e te ce ne stiamo qui insieme a parlare, ora, è solo un caso?»
«Non è solo un caso. Ci siamo messi d' accordo prima.», gli dico. Sorrido e con una faccia di cazzo gli dico: «E poi questo giorno dell' anno è come se io e te avessimo un appuntamento. Sarei geloso se ci fosse qualcun altro al mio posto.».
«Ecco. Ci risiamo. Non hai capito niente.», dice lui.
«Cosa avrei dovuto rispondere?», gli dico.
«Che non è solo un caso.», dice, «Questo  è certo. Io e te ce ne stiamo qui a parlare di tutto e del niente e ci lasciamo alle spalle quattordici miliardi di anni di evoluzione. Dal Big Bang ad ora.».
«Già», dico io annuendo. «E quindi?»
Gli dico che non capisco dove vuole arrivare.
«Da nessuna parte.», dice lui, «Io sono già arrivato. Non riesci proprio a seguire il discorso, eh? Voglio dire, così tanto tempo fa forse neanche Dio avrebbe scommesso un centesimo sull' esistenza del momento che stiamo vivendo. Forse Dio questo non l' aveva programmato. Forse non rientrava nei suoi piani.»
«Già», ripeto, e annuisco.
«Eppure io e te siamo qui, Matt.», dice lui, «Salute!», e mi porge la birra mezza piena che tiene in mano per brindare.
Accompagno il suo gesto in segno di complicità. Cin cin.
Fred fa un sorso, quindi continua: «Siamo qui, e sappiamo di essere vivi. Ne siamo coscienti. E' il dono più grande che ci possa essere, non è vero? In confronto a questo tutti i nostri problemi diventano sciocchezze. Eppure cosa facciamo, per sentirci vivi, Matt?»
«Non lo so, Fred.», gli rispondo, «Dimmelo tu.».
«Te lo dico io», dice, «non facciamo un bel niente. Ci adattiamo al contesto storico mentre invecchiamo in un sistema economico che ci rende schiavi. Viviamo le nostre vite di merda limitandoci in continuazione, sotto ogni punto di vista. Non sappiamo cosa vogliamo veramente. Siamo sempre più simili a dei robot  che a esseri umani dotati di libero arbitrio. Siamo programmati. E non parlo di me o di te, Matt. Parlo in generale.».
«Già», ripeto per la terza volta, continuando ad annuire.
E Fred fa un sorso prolungato finendo la birra. Prima di posarla a terra, senza guardarmi già mi dice: «Passamene un' altra!».
Io la prendo dalla buca e gliela passo.
Lui la stappa con i denti, poi continua: «Dobbiamo prendere coscienza, Matt. Prendere coscienza del potere che abbiamo dentro. Abbracciare l' idea che possiamo fare tutto. Che possiamo essere qualsiasi cosa. Siamo consapevoli di essere vivi, e ancora più consapevoli che moriremo. Ma possiamo ancora entrare nella storia». Mentre parla muove la mano che tiene la birra, fende l' aria con il collo della bottiglia, e se ne versa un po' sui jeans e addosso.
«So dove stai andando a parare.»,  dico, tornando ad osservare il mare. Sembra ci sia olio al posto dell' acqua.
«Cosa vogliamo farne delle nostre vite, Matt?», dice Fred, «Vogliamo continuare ad essere delle nullità? O vogliamo dare un cazzo di senso alle nostre fottute esistenze? Vogliamo trovarci ancora qui tra un anno, per tutti gli anni della nostra vita, a parlare di quanto siamo mediocri, di come lo siamo sempre stati, fino a che uno di noi due non schiatta?».
Mi volto di nuovo verso di lui, e lui è lì che mi fissa.
«Come possiamo sapere cosa vogliamo, Fred?», gli domando.
«E' semplice. Basta scegliere.», dice lui, «Basta decidere come vivere la propria vita. Basta volerlo.»
«Come possiamo scegliere, Fred?», chiedo, mentre poso la mia bottiglia vuota a terra e ne prendo un' altra piena dalla buca.
«Ci sono tante di quelle cose che si possono fare nella vita, Matt...», risponde lui. Fa un sorso di birra e continua: «Sicuramente troppe per poterle fare tutte. La vita è un gioco dalle possibilità infinite. Tanto per cominciare, non sai come è iniziata, e non sai quando finirà. Ed in mezzo a questo oceano di opportunità, noi non dobbiamo fare altro che scegliere quelle che più ci aggradano, e giocare.».
«Io non so scegliere.», dico, «Proprio perchè le strade della vita sono infinite. Potrei imboccarne una qualsiasi, certo, ma sento che non ho ancora trovato la mia.».
«Ah, Ah, Ah, Ah, Ah!», ride lui, «Sentitelo! Sei ridicolo, Matt. E dì un pò, aspetti che ti cada un indicazione dal cielo, una sorta di GPS divino?»
«Qualcosa del genere...», dico, tornando ad ammirare il paesaggio.
«Non è così che funziona, amico.», dice lui, «Non puoi aspettare per tutta la tua dannata vita. Non puoi morire aspettando ancora qualcosa. Al momento della morte devi sentirti compiuto.  Deve essere il momento più bello di tutta la tua esistenza. L' orgasmo degli orgasmi. La massima realizzazione di te stesso. Deve essere il momento in cui sai che tutto è andato come dove doveva andare, che non sarebbe potuto andare meglio.», e mi fissa.
«O forse si muore e basta, no?», dico, «Forse si vive e basta. Senza farsi troppe pippe mentali.»
«E quindi vuoi lasciare che ti piova addosso per sempre, Matt?», dice Fred irritato, «Vuoi essere una barca in balìa delle onde che alla prima mareggiata cola a picco? Una foglia abbandonata al vento? Vuoi rimanere solo un fottuto spettatore, o essere un cazzo di protagonista?».
«Voglio essere un cazzo di protagonista.», gli dico, «Voglio scrivere la mia storia.», e torno ad osservarlo attendendo che mi dica qualcosa.
Lui allora si volta verso l' orizzonte e mentre si porta la bottiglia alla bocca fa uno strano sorrisetto, un ghigno. Ha l' espressione di chi sa qualcosa che tu non sai. Di chi sa che quel qualcosa ti interessa.
Poi prima di bere, dice: «Lo sapevo!».
Fred beve, si volta verso di me e mi dice: «Tu hai detto che forse si muore e basta. Che forse si vive e basta. Pensa invece se dovessimo rinascere... e basta. Vivere un' altra vita da inferno in questo caos.»
«Stronzate!», gli dico. Vorrei sapere cosa gli frulla in testa.
E lui, allargando le braccia, ribatte: «Come fai ad essere così sicuro che siano cazzate? Non puoi dirlo. Non lo sai. Non sai cosa succederà dopo la tua morte. Forse lo sapevi, ma nel momento in cui sei nato lo hai dimenticato. L' unica certezza che hai nella vita è che devi morire. Dopo, cosa c' è non si sa. Forse il nulla. Però, cazzo, pensa se dovessimo rinascere! Non ti piacerebbe farlo in un mondo che con le tue vite precedenti hai contribuito a plasmare a tuo piacimento? In un mondo fatto da te, per te?»
«Tu sei pazzo, amico.», gli dico, e faccio un sorso di birra.
«Io sono pazzo, certo, e tu sei proprio il tipo di persona che ogni volta che rinasce passa tutte le sue vite di merda ad aspettare le successive.», mi dice, e fa un sorso anche lui.
«Una persona inutile.», mi dice. «Che se non c' è, è uguale. Che non fa differenza se esista o meno.»
«Fa differenza per me.», gli dico, e torno a guardarlo con l' aria di chi vuole provare a capire cosa abbia in mente il suo interlocutore, tenendo ben presente la possibilità che tutto quello che dice sia un' inconsistente montagna di merda.
«Quello che sto cercando di dirti è che ti dovresti dare una cazzo di mossa, Matt. Che è arrivato il momento di svegliarti, dopo un' intera esistenza passata a dormire, a vegetare.», dice Fred. «In questo momento sei nella macchina della tua vita, seduto al lato passeggero con la cintura di sicurezza allacciata. Ce l' hai allacciata da sempre. E a decidere dove devi andare ci ha sempre pensato il pilota automatico.»
«Ho afferrato il concetto.», gli dico.
Il mio amico con in testa il cappello da cowboy che si espande nella limpida volta celeste ricoperta di stelle mi guarda dritto negli occhi e mi dice: «Non ti viene voglia di slacciare quella cazzo di cintura, Matt? Di prendere in mano quel fottuto volante? Non hai la curiosità di vedere cosa diavolo si prova a decidere per una volta dove andare, con la velocità che vuoi tu?».
«Ho sempre scelto che direzione prendere», gli dico.
E questa volta è Fred a ribattermi: «Stronzate!».
«Tu non hai mai scelto un cazzo, e lo sai. E io non sono diverso da te.», mi dice, puntandomi con la bottiglia: «E sai che ti dico, Matt? Che ben venga! Che ben venga il fatto che fino ad ora ce la siamo spassata standocene tranquilli nel nostro piccolo angolo di mondo, chinando la testa quando è stato necessario per poter sopravvivere, per poter portare a casa la pagnotta. Che ben venga il fatto che ci siamo sempre lasciati condizionare da tutto e da tutti. Che le nostre scelte non sono mai state veramente nostre.».
Deve esserci qualcosa di strano nell' aria, perchè il momento diventa stranamente poetico. Fred si scola l' ennesima birra, poi la poggia a terra. Si pulisce il muso con il braccio destro foderato di pelle d' agnello foderato in poliestere. Con l' altro braccio si toglie il cappello da cowboy e se lo posa tra le gambe.
Riesco a vederlo meglio in faccia ora. Ha l' espressione di chi è stanco. Troppo stanco. Stanco di cosa, però, lo ignoro.
«Ma ora basta, Matt. Io mi sto annoiando sul serio.», mi dice abbattuto. «Di questo passo arrivo nella tomba senza neanche accorgermene. Senza farci caso. Tutto di me finirà e io non me la sono neanche goduta appieno. Almeno voglio condurla e farla finire come dico io, questa vita. Mi capisci vero, amico?»
«Anche io è da un pezzo che mi annoio. Quasi una vita intera, a dire il vero.», gli dico. Gli faccio un occhiolino, e poggiandogli una mano sulla spalla gli dico: «Certo che ti capisco, amico.».
Finisco la mia birra, la poggio sulla spiaggia e mi volto sorridendo verso Fred con il sorriso di chi riesce a capire un amico, con l' espressione di chi si sente simile a qualcuno, con lo sguardo di chi è cosciente di poter affrontare qualunque sfida, dicendogli: «Allora... che si fa?»
E Fred scoppia in una risata d' entusiasmo.
«Io qualche idea ce l' avrei...», dice.

Giuseppe Joe Caminiti

6.4.11

Ventuno lettere non bastano...

Solo il suono della natura accompagna il ritmico rumore del battito delle dita sulla tastiera. Ciò che si ode è solo la musica delle onde del mare che si infrangono sulla costa a qualche decina di decametri di distanza, un' armonia sacra nonchè ultramillenaria. Quando gli occhi si socchiudono in quest' atmosfera lo sguardo non può che inoltrarsi nel profondo di sè stessi.


Respirare.
 Sentire.
  Ascoltare.
   Percepire.
E solo allora, comunicare. 



Non si può che evocare immagini, per ciascuno diverse, decifrando i simboli.


Ma sole ventuno lettere per esprimire l' inesprimibile, come possono bastare? Non bastano, non bastano mai. Le parole non sono mai troppe. Questo è sicuramente un buon motivo per cui smettere di parlare ma soprattutto un buon motivo per cui cominciare ad apprezzare il silenzio (qualunque cosa questi otto caratteri vogliano dire).


Come dice sempre un mio caro amico: 
- Le chiacchiere stanno a zero!


JoE

4.4.11

Ascolta...

"Ascolta il fiume che ti parla eppure non è mai lo stesso. 
Ascolta l’onda del mare che si prende beffa della nostra alterigia. 
Ascolta crescere un albero o morire una pietra.
E smettila di pensare, almeno una volta…"
- Siddharta

25.3.11

A.D.C.

Molto spesso ciò che avviene si prospetta in modo nettamente diverso da ciò che avevamo immaginato, fantasticando su un qualcosa in particolare, e da come lo avevamo immaginato. Capita altrettanto spesso che l' immagine idealizzata e la realtà effettiva contrapposta di una situazione particolare siano universi tangibili solo nel punto dell' osservatore che vive l' esperienza. 

Dunque mai, mai e poi mai aspettarsi qualcosa da qualcuno o tantomeno dal caso, dal fantomatico destino. Ciò che avviene avviene. Ciò che è avvenuto, invece, niente altro è che mera finzione, spettacolo che un trucco già conosciuto muta in profonda noia, che ci lega con manette di cui non non v' è chiave nè serratura al peso di un passato che esiste solo ed esclusivamente nella nostra mente, nei nostri modi di pensare. Ciò che pensiamo avverrà in realtà non avverrà mai. 

Esiste un solo attimo: l' adesso. 

Su questo si fonda la nostra intera esperienza vitale, a cui mai riusciremo a dare un completo senso perchè, limitati quali siamo, sempre come mosche rimarremo intrappolati nella tela tessuta dal ragno passato che mai smetterà di tormentarci, neanche per un istante. Rendendoci impossibile abbracciare l' ora.

A meno che non vogliamo, ovvio. 

E qui - come si dice in genere in questi casi - viene il bello...

Joe